E a Treviso nasce la lista Razza Piave (dai due volti)

9 Mar

La Lega cambia simbolo nella sua città storica. Ma il vice sindaco sceriffo Gentilini non ci sta: “Termine sacro, non va mischiato alla politica”

La Lega Nord a Treviso presenta la lista civica a sostegno del Carroccio alle provinciali: si chiamerà Razza Piave, chiaro riferimento a coloro che sono nati nelle terre, esclusivamente venete, bagnate dal fiume tutt’oggi “sacro alla patria” (iscrizione che si legge su tutti i ponti che lo attraversano) e a una particolare razza di cavalli. Un termine che nasce, molto probabilmente, dopo la prima guerra mondiale, della quale il fiume Piave è quasi un simbolo perché sulle sue rive è nata la cosiddetta “vittoria”. E da allora il termine viene usato in Veneto per indicare una popolazione forte e vigorosa.

Il candidato alle provinciali, l’attuale presidente leghista Leonardo Muraro non ha ancora reso noto il listino, ma la sorpresa è data dal fatto che un nome illustre si smarca dall’operazione: si tratta di Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso che puntualizza di non essere interessato alla Provincia e nemmeno alla lista di Razza Piave.

Proprio lui, lo sceriffo, che dell’elogio della Razza Piave, in tempi non sospetti, si era fatto porta bandiera con alcune dichiarazioni al fulmicotone: “Fate figli, ho bisogno di figli razza Piave per governare Treviso”, disse il giorno di San Valentino, nel 2009, in riferimento ai troppi stranieri. Ma sulla civica trevigiana, che come simbolo ha un cavallino bianco in campo rosso, l’interesse di Gentilini scema: “A un sindaco come me non interessa correre per un posto da consigliere provinciale, io miro molto più in alto. E poi la razza Piave è una cosa sacra, non possiamo mischiarla alla politica o ai simboli. E sacra. Capito? Non c’entra nulla col resto. Con quel termine parliamo della guerra e di chi difese la patria. Messa così è solo uno slogan per raccogliere voti. E a me non piace per nulla”.

Senza l’appoggio di Gentilini, potrebbe essere perso un buon pacchetto di voti che però potrebbero venire recuperati attraverso un outsider che Muraro ha detto di avere già pronto. 

 

Botta e risposta tra scrittori del Nord-est
sul caso di Treviso e sulle parole del sindaco
I due volti della “Razza Piave”
Duello tra Rigoni Stern e Sgorlon
di PAOLO RUMIZ

“Razza Piave? Sono i siciliani, i calabresi, i piemontesi, i lombardi e i napoletani. Sono quelli che nel 1918 hanno fermato gli austriaci sul fiume. Quelli che, dopo Caporetto, hanno capito che bisognava tener duro per non subire un’invasione. Per dirla chiara: la razza Piave ha poco a che fare col Veneto. Sicuramente non ha nulla a che fare col sindaco Gentilini”.

Dopo la storia di Treviso, lo scrittore Mario Rigoni Stern rompe il silenzio, attacca dal suo eremo sull’altopiano di Asiago. Gli abbiamo contrapposto un altro grande vecchio della letteratura del Nordest, il friulano Carlo Sgorlon. Nelle loro risposte alle domande di “Repubblica” c’è il confronto tra due mondi, due anime schiette nella loro profonda, talvolta abissale diversità.

Sgorlon: “Razza Piave è un’espressione impropria. Gentilini non è solo leghista, è campanilista: e il campanilismo è un fatto reale. Campanilismo c’è tra Slovenia e Venezia Giulia, o tra Udine e Trieste. Basta una partita di calcio a scatenarlo. Lo si è visto pochi giorni fa”.

Parlare di razza non è pericoloso?
Sgorlon: “Parlare di razza è pericoloso sempre. Quando lo fa il sindaco di Treviso, ma anche quando gli altri accusano il prossimo di essere razzista. E’ vero, a volte c’è razzismo vero e proprio. Ma altre volte c’è solo buon senso. Anch’io sono stato accusato di razzismo, solo perché guardo alla realtà senza retorica, penso che gli uomini siano sì eguali sul piano filosofico, ma molto diversi su quello culturale. Questo non è razzismo. E’ il riconoscimento delle differenze. Nella mia narrativa parlo con simpatia di zingari, cosacchi, ebrei, russi”.
Rigoni Stern: “La parola razza ha fatto già abbastanza danni. Hitler ha parlato di razza, Mussolini pure. Ora lo fanno i loro piccoli eredi, come questo Gentilini. Lo mandaria mi a lavorar, Gentilini, nelle miniere americane, come ha fatto mio nonno, mio fradel e tanti miei compagni di guerra e di resistenza. El savaria cossa vol dir lavorar. Cosa vuol dire essere ingaggiati come bestie, senza neanche una baracca dove dormire”.

L’immigrazione può cancellarci?
Rigoni Stern: “Io vedo che senza gli stranieri l’economia crolla. Vedo che la montagna muore, perché nessuno va più nelle malghe. E poi, l’Italia non è il Paese con la più bassa natalità del mondo? Qua in montagna xe paesi de mille abitanti dove l’anno scorso no xe nato neanche un puteo[85] Ah, magari ci fossero matrimoni misti! Ci farebbe solo bene. E magari la gente capirebbe che loro sono eguali a noi. Insomma, è tutto così chiaro: qui succede una cosa vecchia come il mondo. Quei che ga, i vol aver de più – quelli che hanno vorrebbero avere di più – e quelli che hanno poco finiscono col restar fuori”.
Sgorlon: “Io vedo invece un pericolo reale. Noi italiani limitiamo le nascite, cosa indispensabile alla salvezza del Pianeta, e i musulmani no. Fra cent’anni potrebbero essere in maggioranza anche in Italia, e non sono certo una cultura tollerante. Di più: quando diventano una minoranza consistente, quasi sempre fanno la guerriglia per spaccare uno stato. Pensi alle Isole Salomone, alle Marianne, alle Filippine, a Giava, a Sumatra. Pensi a India, Pachistan, Palestina, Niger, Nigeria. E molti stati africani”.

Cresce per reazione il nazionalismo delle piccole patrie?
Sgorlon: “E’ normale che ci sia un istinto di autodifesa, ma non bisogna esagerare. L’ideale è avere il senso della propria Heimat senza arrivare al campanilismo, che è un nazionalismo in piccolo, e quindi anche un po’ ridicolo”.
Rigoni Stern: “Ma che le vada in mona le piccole patrie. E’ ora di finirla. In Russia, nella neve, ho capito che al mondo siamo tutti paesani. Nella steppa ho trovato un polacco che nel 1918 aveva fatto la guerra ad Asiago; nel mio paese! Mi offrì birra e tabacco, si sentiva mio parente! Guai a mollare su questo! Crolla tutto. Dicono che la gente abbia paura degli immigrati. Ma la gente non capisce più niente. Ieri era diverso. Nel ’35 arrivò ad Asiago un ascaro a vendere le sue cose in piazza. La gente lo guardò con curiosità, mai con disprezzo. Oggi non c’è nemmeno la curiosità”.

E la paura di affittare case a stranieri.
Rigoni Stern: “Ma come si fa a ignorare che sono fratelli, figli della stessa Terra e della stessa fame? Questi qui non scappano dalla miseria, da un’economia che ti butta via come una scarpa vecchia? E noi, nel ’45, non scappavamo dalla miseria? Me li ricordo bene: sono partiti in cento dal mio paese, cento in un giorno solo. Andavano in Germania a sgobbare solo per potersi comprare il biglietto per l’America. Quella gente è ancora viva. Perché la loro memoria non ha voce in capitolo? Perché la Tv non ne parla? La memoria xe come un fogheto. Se non lo si tiene acceso si smorza subito”.
Sgorlon: “La paura di affittare case a stranieri è purtroppo giustificata. I terzomondisti non hanno il culto della casa come noi. Più ci si avvicina alle latitudini calde, più quel culto diminuisce. Non occorre arrivare in Marocco o in Uganda. Per accorgersene basta arrivare fino a Napoli. Il terzomondista fa tanti figli e non può pagare gli affitti di mercato. E poi, prima di invocare l’aiuto pubblico o degli industriali, dobbiamo pensare che ci sono milioni di italiani ancora senza casa. Non dovremmo pensare prima a loro? E non ci sono forse casi in cui le case per i musulmani potrebbero essere costruite con i petrodollari, che talvolta servono a comprare inutili yachts e costose Cadillac?”.

Dove sta la differenza tra noi e loro?
Sgorlon: “C’è una differenza innegabile. Gli immigrati italiani, e quelli friulani in particolare, non erano mai clandestini. In genere erano grandi lavoratori, rispettavano le leggi locali, raramente protestavano, non si ribellavano mai. Subivano quarantene, vaccinazioni, controlli di ogni genere. Chi confronta le due migrazioni commette un grosso errore. Ma è anche vero che i tempi sono cambiati: oggi protestare è diventato un costume per tutti”.
Rigoni Stern: “Non possiamo pretendere che gli immigrati si integrino subito. Se ne riparli tra cinquant’anni. Per gli italiani, l’integrazione in America è stata lunghissima, forse più lunga di mezzo secolo. Sono occorse generazioni. E poi, come possiamo chiedere a questi nuovi arrivati di essere come noi e i nostri vecchi, se non abbiamo valori da trasmettere? La nostra gente è frastornata da Tv, calcio, pubblicità, rumore. Li vedo che vengono qui sull’Altopiano. Hanno la testa nel sacco, non pensano che a mangiare. Mi ascolti: questa società non ha paura degli immigrati. Ha paura del proprio vuoto”.

(28 agosto 2002)

http://www.repubblica.it/online/cronaca/immitreviso/dialogo/dialogo.html

La terza battaglia del Piave, quella di Vittorio Veneto, fu la battaglia decisiva della guerra italo-austriaca 1915-18: il suo risultatooffrì un contributo imprescindibile alla vittoria dell'Intesa. Nel 1918, un anno dopo Caporetto, la situazione degli Imperi Centrali impegnati nel primo conflitto mondiale era ormai critica. La Bulgaria era crollata, il fronte interno tedesco manifestava evidenti segni di cedimento, gli Alleati mantenevano l'iniziativa su tutti i fronti, le varie nazionalità dell'Impero asburgico erano in rivolta contro il centralismo di Vienna: in questa situazione il capo del Governo italiano, Vittorio Emanuele Orlando, nonostante il parere contrario dei ministri e dei generali, ordinò a Diaz di avanzare. Bisognava sfruttare le circostanze favorevoli per rimuovere il ricordo della disfatta di Caporetto. Il 24-25 ottobre 1918, pertanto,l'armata italiana del Grappa attaccava massicciamente il nemico e riusciva ad avanzare, sebbene il comando austriaco facesse affluire in quel settore la maggior parte dei suoi rinforzi e infliggesse pesanti perdite alle nostre truppe. Il 26 ottobre l'VIII armata al comando del generale Caviglia e la X armata anglo-italiana, sotto la guida di Lord Cavan,incominciarono il passaggio del Piave e raggiunsero Conegliano e la cittadina da cui prese nome la vittoria italiana. Sul basso Piave la III armata, al comando del Duca d'Aosta, avanzò anch'essa: così l'esercito austriaco era spezzato in due tronconi. La cavalleria e i reparti autoblindati inseguirono le armate austriache, liberando il territorio invaso: intanto, la I armata, travolta la resistenza nemica,puntava rapidamente su Trento che fu liberata il 3 novembre. Lo stesso giorno la flotta sbarcò un corpo di spedizione occupando Trieste, e i plenipotenziari austriaci firmarono (il 4 novembre) l'armistizio. http://www.ilpiave.it/modules.php?name=News&file=article&sid=2917


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