Libia, migliaia in piazza in una Tripoli sotto assedio

21 Feb

In fiamme la sede del governo, i manifestanti hanno assaltato la tv di Stato e dato fuoco a edifici pubblici. Al Jazeera: “61 morti solo oggi”. Giallo sulla fuga di Gheddafi in Venezuela: diverse fonti smentiscono e in Rete spunta un video.

 

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Libia in fiamme nel settimo giorno dall’inizio della rivolta contro il governo che non risparmia più neppure Tripoli: nella Capitale è stata saccheggiata la sede della tv di Stato, mentre l’ufficio del governo centrale ed altri uffici pubblici sono stati dati alle fiamme. Fonti mediche non confermate parlano di 61 morti nella sola mattinata di lunedì mentre il bilancio delle vittime stimato da Human Rights Watch dall’inizio degli scontri è arrivato a quota 233 persone uccise.
Secondo la Federazione internazionale per i diritti umani, Fidh, i morti sarebbero addirittura tra i 300 e i 400.
Cifre che Saif al Islam, figlio di Muammar Gheddafi, ha negato nella tarda serata di domenica in un discorso in tv nel quale ha però paventato il rischio di una guerra civile e denunciato un presunto complotto nato all’estero per smembrare la Libia e sottrarle il petrolio.

In migliaia in piazza a Tripoli – Le proteste, intanto, continuano. Testimoni, infatti, riferiscono che migliaia di persone si stanno radunando sulla Piazza Verde a Tripoli. “In queste ore migliaia di cittadini starebbero affollando Piazza Verde, la ex Piazza Italia”, ha riferito un testimone, che ha chiesto di rimanere anonimo.
Quattro delle principali tribù libiche, spina dorsale del sistema, stanno infatti marciando sulla capitale per unirsi alla rivolta contro il colonnello Gheddafi.
Si tratta di un durissimo colpo per il regime “che è già stato mollato dall’esercito” dichiara una fonte all’agenzia Ansa. “L’esercito – ha aggiunto, – non esiste praticamente più, numerose testimonianze mi confermano che il capo delle forze armate ha rifiutato di cooperare alla repressione e ordinato ai suoi uomini di non sparare”.
Secondo Al Jazira, i Tuareg, che in Libia sono mezzo milione, avrebbero accettato la “chiamata alle armi” della tribù Warfala, che conta oltre un milione di abitanti nel Paese. Inoltre uno dei leader Warfala avrebbe dichiarato che Gheddafi “non è più un fratello” e deve lasciare il paese. Il capo della tribù Al-Zuwayya, del deserto orientale, avrebbe invece minacciato di interrompere le esportazioni di greggio se le autorità non porranno fine alla repressione.

Tensioni nell’esercito – Anche la tv satellitare al Jazeera conferma che all’interno dell’esercito vi sarebbero grandi tensioni, al punto da poter prevedere che il capo di stato maggiore aggiunto, El Mahdi El Arabi, possa dirigere un colpo di stato militare contro il colonnello Gheddafi.

Polizia in fuga – A quanto si apprende, inoltre, la polizia libica ha abbandonato la città di Zauia, circa 60 chilometri a ovest di Tripoli, e sul posto è esploso il caos. “Per due giorni ci sono stati scontri tra pro e anti Gheddafi e domenica la polizia ha lasciato la città. Tutti i negozi sono chiusi, una casa del leader libico è stata data alle fiamme, la gente ha anche rubato auto della polizia”, ha raccontato Omar Dhawadi, di 30 anni, e le circostanze sono state confermate da una decina di persone. “Ci sono cecchini, ci sono case incendiate, non c’è polizia, se n’è andata domenica mattina. Nel centro della città ci sono manifestazioni pro Gheddafi”, ha detto un altro testimone di 27 anni.
Sono ancora in corso violenti scontri tra quello che resta delle Guardie dei Comitati Rivoluzionari pro-Gheddafi ed i militari ribelli, al comando del capo di stato maggiore. In questi scontri sarebbe rimasto gravemente ferito il comandante delle forze speciali, Abdalla El Senoussi, che potrebbe essere addirittura già morto.

Il ministro della Giustizia si dimette per protesta – Secondo il quotidiano libico Quryna, il ministro della Giustizia libico, Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil, ha dato le dimissioni
per “il ricorso eccessivo alla violenza contro i manifestanti antigovernativi”. Il giornale riferisce sul proprio sito Internet di una telefonata col ministro. Al momento però non c’è conferma ufficiale delle dimissioni.

Giallo sulla fuga di Gheddafi –
Sullo sfondo della protesta in atto in Libia, è giallo sul colonnello Gheddafi. Nella serata di domenica, infatti, voci sempre più insistenti riferivano della fuga del rais in Venezuela.
Un video pubblicato su YouTube il 20 febbraio (GUARDA QUI) mostrerebbe l’auto del Colonnello che insieme ai suoi fedelissimi lascia il Paese.
Ma già domenica sera, durante un discorso tv, il figlio del leader aveva smentito l’indiscrezione.. Notizia confermata anche da al Arabiya che afferma che il Colonnello non è fuggito in sud America.
Anche su Facebook, inoltre, gli organizzatori della protesta del ’17 febbraio’ invitano la popolazione a non abbassare la guardia, perché il leader è ancora in Libia.  “Organizziamoci a Tripoli  per non far cadere la città del caos e consentire il loro ritorno in città, state attenti perché Muammar Gheddafi è ancora nel Paese” recita uno degli appelli pubblicati sul social network dagli organizzatori della protesta del ’17 febbraio’.

Bengasi nelle mani dei manifestanti – Bengasi, la città da cui è partita la rivolta, sarebbe nelle mani dei contestatori, secondo quanto riferito da alcuni abitanti.
“Giovani con le armi sono in possesso della città. Non ci sono forze di sicurezza, da nessuna parte”, ha detto Hanaa Elgallal, professore dell’Università di Bengasi, ad al Jazeera.
Salahuddin Abdullah, che si è autodefinito uno degli organizzatori della protesta, ha detto: “A Bengasi c’è un clima di festa e di euforia. La città non è più sotto il controllo militare. E’ completamente sotto il controllo dei manifestanti”. Secondo alcune testimonianze, alcuni soldati che si sono rifiutati di sparare sulla folla sono stati giustiziati dai comandanti militari a Bengasi. “Abbiamo seppellito oggi 11 corpi di soldati che si sono rifiutati di aprire il fuoco sui civili e che sono stati giustiziati da funzionari di Gheddafi. I corpi erano fatti a pezzi, la testa da una parte e le gambe da un’altra. E’ un crimine quello che sta succedendo qui”, ha detto Elsanous Ali Eldorsi, giudice in pensione di Bengasi.

La diplomazia internazionale, intanto, interviene nella crisi che interessa la Libia.

Obama: valutiamo azioni appropriate – Barack Obama sta valutando “azioni appropriate” nei confronti della Libia. Lo ha annunciato una fonte dell’amministrazione americana che ha chiesto al regime di Muammar Gheddafi di non usare la forza contro i manifestanti anti-governativi. “Chiederemo chiarimenti al governo libico. Continueremo a sollevare la necessità di evitare il ricorso alla violenza contro i manifestanti pacifici e ad invocare il rispetto dei diritti universali”, ha spiegato la fonte”.

Governo tedesco condanna le violenze – Il governo tedesco ha “condannato duramente” l’uso della violenza da parte delle autorità libiche nei confronti della popolazione. “Abbiamo appreso della grande brutalità con cui la Libia reagisce ai dimostranti che criticano il regime – ha detto il portavoce del governo, Steffen Seibert – sembra che vengano utilizzati anche cecchini che sparano sui dimostranti e tutto ciò è da condannare duramente”.
“Il governo tedesco e la cancelliera personalmente – ha continuato – sono sgomenti davanti agli ultimi sviluppi in Libia. Il nostro appello ai responsabili è molto chiaro: concedete la libertà di dimostrare a tutti coloro che vogliono farlo in modo pacifico e cercate il dialogo con la popolazione”.

La Farnesina sconsiglia viaggi in tutto il Paese
– La Farnesina sconsiglia i viaggi in Libia. Dopo l’annuncio di domenica che invitava a non recarsi in Cirenaica, il ministero degli Esteri ha aggiornato il sito ‘Viaggiare Sicuri’, sconsigliando “viaggi di qualsiasi titolo in tutto il Paese”. Il sito raccomanda a chi si trova nel Paese di “evitare gli assembramenti di folla, di allontanasi immediatamente dalle zone dove siano in corso manifestazioni e, in generale, di rimanere sempre aggiornati sull’attualità internazionale e regionale”.

Eni e Finmeccanica rimpatriano i dipendenti – Alcuni paesi hanno iniziato a rimpatriare i connazionali, e lo stesso stanno facendo una serie di imprese con i loro dipendenti, nel timore che le violenze si estendano, anche dopo che ieri un cantiere sudcoreano è stato attaccato da centinaia di persone, col ferimento di almeno 18 italiani.
Eni ha fatto sapere in una nota di aver cominciato il rimpatrio dei familiari dei dipendenti e dei dipendenti non strettamente operativi, pur ribadendo che al momento non ci sono problemi agli impianti e alle strutture operative della società nel paese nordafricano.
Anche Finmeccanica, che ha in Libia poco meno di una decina di dipendenti italiani impegnati nella joint venture elicotteristica di AgustaWestland, ha annunciato che sono cominciate le operazione di rimpatrio.


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