Libia, mercenari per sedare la rivolta

19 Feb

Inferno a Bengasi, crepe nel sistema di potere di Gheddafi, ma si teme un massacro. Scontri e feriti anche ad Algeri, un deputato in coma. Giallo sulla morte di Ben Alì. Obama chiama il re del Bahrein e condanna l’uso della violenza

 

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Paesi arabi in rivolta. Dopo le cadute di Mubarak in EgittoBen Alì in Tunisia, si moltiplicano le manifestazioni di protesta in molti altre nazioni islamiche. Dalla Libia allo Yemen, dall’Algeria all’Iran, le piazze si riempiono di oppositori ai regimi.

Libia – Secondo Human Rights Watch, il bilancio degli scontri degli ultimi tre giorni di protesta è salito a 84 morti. Da quanto riferisce la BBC sarebbero in atto scontri durissimi tra i rivoltosi e le forze fedeli aGheddafi per tenere il controllo della città. Il leadeer libico si sarebbe rivolto anche a speciali unità militari composte da combattenti che non appartengono alle tribù presenti nel Paese e contando così su una maggiore libertà d’azione non legata alle dinamiche tribali.

Un video molto duro (lo trovate qui) mostra un manifestante ucciso da un colpo alla nuca. Intanto, il regime sceglie di spegnere Internet. Da venerdì notte, infatti, l’accesso al web è stato completamente bloccato in tutto il Paese.
Sarebbe trapelato dai filtri della rete un video realizzato dai manifestanti di Bengasi per provare che gli agenti della sicurezza usati per reprimere le proteste di questi giorni sarebbero cittadini di paesi dell’Africa sub-sahariana, usati come mercenari (in arabo ‘Murtazaqa). Testimoni oculari hanno infatti rivelato alla tv satellitare ‘al-Arabiya’ che almeno quattro aerei militari sono partiti tre giorni fa dal Benin alla volta dell’aeroporto di Bengasi per portare questi uomini provenienti da diversi paesi africani.

Secondo quanto riferisce la BBC sarebbero ancora in atto scontri durissimi tra i rivoltosi e le forze fedeli a Gheddafi per tenere il controllo della città

Bengasi è un inferno, racconta all’Ansa un italiano bloccato nei pressi della città libica, diventata il cuore della rivolta anti Gheddafi. “Questa mattina sono andato in fuoristrada a Bengasi per cercare un po’ di pane e la città è completamente fuori controllo. Tutti gli edifici governativi e istituzionali, anche una banca, sono stati incendiati, i rivoltosi hanno saccheggiato e distrutto tutto. Per strada non c’è nessuno, nemmeno la polizia”.
A Tripoli invece, la situazione è ancora sotto controllo. Nella giornata di venerdì Gheddafi si è fatto vedere nel centro della città, nella Piazza Verde, dove è stato salutato con entusiasmo dai suoi sostenitori. Non ha parlato ma hanno parlato i comitati rivoluzionari: una risposta “violenta e fulminante” colpirà – hanno detto – gli “avventurieri” che protestano, e qualunque tentativo di “superare i limiti” si trasformerà in “suicidio”.

“Sarà un massacro se la comunità internazionale non interviene”. E’ l’appello lanciato da uno dei leader dell’opposizione libica in esilio, secondo cui forze speciali di sicurezza si apprestano ad attaccare Bengasi e altre città della Libia orientale per reprimere le manifestazioni di protesta. Così Mohammed Ali Abdallah, vicesegretario generale del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, contattato da Bloomberg, lancia il suo Sos: “potrebbe essere un bagno di sangue già nelle prossime 48 ore” ma, aggiunge: “Il cambiamento di regime è inevitabile ed è molto vicino”.
Secondo la Bbc alcuni militari sono passati dalla parte dei manifestanti, mentre almeno due membri storici dei comitati rivoluzionari, pilastro nel regime che guida la Libia dal 1969, si sarebbero dimessi per protesta contro i metodi di repressione delle manifestazioni.

Silvio Berlusconi, è intervenuto sul tema lasciando Palazzo Grazioli: “Gheddafi non l’ho ancora sentito – ha aggiunto il premier – la situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno”.  Ma la frase è giudicata infelice dall’opposizione che invita il governo a riferire in Parlamento.

Algeria – Cariche della polizia e feriti anche nel centro di Algeri, dove un migliaio di persone ha sfidato il divieto di manifestare nella capitale. Lo rende noto il quotidiano indipendente al-Watanche descrive una città blindata. Le forze dell’ordine sono riuscite a disperdere, anche con la violenza, i manifestanti che si radunavano in piazza 1 maggio. “Sono profondamente scosso”, ha detto il segretario della Lega per i diritti umani (Laddh), Mustapha Bouchachi, “quello che sta succedendo è molto grave”.
E proprio durante gli scontri un deputato algerino del partito di opposizione, Raggruppamento per la cultura e la democrazia (RCD), Tahar Besbes, sarebbe caduto in coma dopo essere stato colpito da un pugno da un agente durante la manifestazione. “I medici stanno tentando di risvegliarlo”, ha detto  Mohseb Belabbas, portavoce del partito. “Dopo essere stato colpito al ventre da un agente”, ha precisato, “ha sbattuto la testa e ha perso i sensi” e “per alcuni minuti è rimasto a terra”. “La polizia ha impedito che venisse trasportato via subito dalla protezione civile”, ha aggiunto. “Soltanto l’insistenza di alcuni manifestanti ha convinto gli agenti a lasciar passare i soccorsi”.

Bahrein – Resta alta la tensione anche in Bahrein. Dopo una telefonata di Barack Obama, il re del Paese si è detto disponibile ad attuare alcune riforme, ma ha dovuto incassare un primo no dall’opposizione. “Per prendere in considerazione il dialogo, il governo deve dare le dimissioni e l’esercito si deve ritirare dalle strade” ha detto Ibrahim, capo del gruppo parlamentare del Wefaq, principale partito dell’opposizione sciita.
Intanto, l’unione generale dei sindacati del Bahrein ha indetto uno sciopero generale illimitato per la libertà di manifestare in maniera pacifica. nella giornata di domenica, i mezzi corazzati hanno lasciato la Piazza delle Perle nella capitale Manama e, dopo lanci di gas lacrimogeni si è ritirata anche la polizia. I numeri diffusi parlano di almeno tre morti e tra le 60 e 80 persone assistite in ospedale per gli effetti di gas lacrimogeni o perché colpite da proiettili e di gomma.

Egitto –  Il Wasat (il Centro), formato da dissidenti moderati dei Fratelli Mmusulmani e aperto ai cristiani, è diventato il primo partito ad essere riconosciuto in Egitto dalla caduta di Hosni Mubarak, l’11 febbraio. Un tribunale del Cairo ha concesso al partito la licenza che gli consentirà di partecipare alle prossime elezioni. Il Wasat aveva richiesto per quattro volte la licenza negli anni ’90, ma la domanda era stata respinta in base alla legge del 1977 che mette al bando i partiti con un programma a sfondo religioso.
Inoltre, lo stato d’emergenza, decretato nel 1981 dopo l’attentato ad Anwar Sadat e mai
rimosso, sarà abrogato entro 6 mesi. Lo riferisce una fonte vicina alla giunta militare al potere. Una notizia che non potrà che deludere l’opposizione che aveva fatto della fine
dello stato di emergenza la sua richiesta principale dopo le dimissioni di Hosni Mubarak.

Tunisia – Secondo fonti francesi non confermate, Ben Alì, l’ex rais tunisino, sarebbe morto dopo due giorni di coma.

Yemen
– Uno studente è stato ucciso da colpi di arma da fuoco ed altri cinque sono rimasti feriti in scontri avvenuti oggi con sostenitori del regime intorno all’università di Sanaa. Lo riferisce un giornalista dell’Afp sul posto.

Kuwait – Proteste anche in Kuwait, dove venerdì 18 febbraio, trenta persone sarebbero rimaste ferite negli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Le manifestazioni si svolgono soprattutto a Jahra, cittadina nel nord ovest del paese. Protagonisti degli scontri sono i cosiddetti “bedoun jinsiyya”, una fascia della popolazione che vive in Kuwait ma che non ha la cittadinanza. I manifestanti chiedono di ottenere la nazionalità del piccolo paese, in modo da avere diritto a educazione, sanità e lavoro come tutti gli altri cittadini.

Arabia Saudita – Un piccolo gruppo di sciiti avrebbe inscenato una protesta anche in Arabia Saudita, nella città di Awwamiya, vicino al confine con il Bahrein. I manifestanti si sono riuniti nella piazza della città, rimanendo in silenzio, senza urlare slogan o alzare cartelli. In Arabia Saudita si applicano la dottrina wahabita e sunnita e la minoranza sciita da sempre lamenta di essere sottomessa.

Marocco – Il 20 febbraio sarà la volta del Marocco, che finora è stato l’unico Paese dell’area risparmiato dall’ondata di proteste, ma che, come la Tunisia, sta vivendo un  difficile momento economico.
Domenica, scenderà in piazza il Movimento del 20 febbraio per il Cambiamento, gruppo formato in maggioranza da giovani che chiedono riforme costituzionali per ridurre i poteri di re Mohammed VI e un sistema giudiziario più indipendente. I manifestanti scenderanno in piazza per chiedere al re anche lo scioglimento del governo e parlamento. Alla grande manifestazione di domani hanno gia’ aderito 17mila persone su Facebook.

Fonte: Sky Tg24


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