LA RABBIA E L’ ORGOGLIO, dal Corriere del 29 settembre 2001

11 Set

LETTERA DA NEW YORK

LA RABBIA E L’ ORGOGLIO

LA RABBIA E L’ ORGOGLIO (f. de b.) Oriana Fallaci, con questo straordinario scritto, rompe un silenzio di un decennio. Lunghissimo. La nostra più celebre scrittrice (lei dice scrittore e non pronuncia più la parola giornalista), vive buona parte dell’ anno a Manhattan. Non risponde al telefono, apre la porta di rado, esce assai di meno. Non dà mai interviste. Tutti ci hanno provato, nessuno c’ è riuscito. Isolata. Ma la storia e il destino hanno voluto che il centro della moderna apocalisse si aprisse, come una voragine dantesca, poco distante dalla sua bella e letteraria abitazione. L’ onda d’ urto di quella mattina dell’ 11 settembre ha sconvolto anche la quiete eremitica ed ermetica di Oriana. Apre la porta, gesto inconsueto del quale sembra meravigliarsi… Lo sguardo è dolce e insieme feroce. Oriana lavora da anni a un’ opera molto importante e attesa in tutto il mondo, fra pile di documenti, in un disordine solo apparente, con fervore guerresco. Le avevo chiesto di scrivere quello che aveva visto, provato, sentito dopo quel martedì e Oriana ha raccolto su alcuni fogli emozioni, pensieri. «Su ogni esperienza lascio brandelli d’ anima», aveva scritto qualche anno fa. E’ ancora vero, verissimo. Pensieri forti. Dirompenti. Su cui ragionare e riflettere. Sull’ America, sull’ Italia, sul mondo islamico. Sulla Patria (sorprendente quel che dice sulla Patria). Invettive e tesi che nel medesimo tempo sgorgano dal cervello e dal cuore, o meglio dal cervello attraverso il cuore. «Qualcuno queste cose doveva dirle. Le ho dette. Ora lasciatemi in pace. La porta è chiusa di nuovo. E non voglio riaprirla», sbotta. I suoi soliti artigli. Farà discutere. Eccome. —————————————————————————————— Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l’ altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. «Vittoria! Vittoria!». Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: «Bene. Agli americani gli sta bene». E sono molto molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d’ una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso. Arrabbiata come me, la poetessa afro-americana Maya Angelou ieri ha ruggito: «Be angry. It’ s good to be angry, it’ s healthy. Siate arrabbiati. Fa bene essere arrabbiati. È sano». E se a me fa bene io non lo so. Però so che non farà bene a loro, intendo dire a chi ammira gli Usama Bin Laden, a chi gli esprime comprensione o simpatia o solidarietà. Hai acceso un detonatore che da troppo tempo ha voglia di scoppiare, con la tua richiesta. Vedrai. Mi chiedi anche di raccontare come l’ ho vissuta io, quest’ Apocalisse. Di fornire insomma la mia testimonianza. Incomincerò dunque da quella. Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la sensazione d’ un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù! Buttati giù». L’ ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. Bè, l’ audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un atto di terrorismo mirato? Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull’ obiettivo, si getta sull’ obiettivo. Sicché ho capito. Ho capito anche perché nello stesso momento l’ audio è tornato e ha trasmesso un coro di urla selvagge. Ripetute, selvagge. «God! Oh, God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio! Dio, Dio, Dioooooooo!» E l’ aereo s’ è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro. Erano le 9 e un quarto, ora. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’ aria. Sì, sembravano nuotare nell’ aria. E non arrivavano mai. Verso i trentesimi piani, però, acceleravano. Si mettevano a gesticolar disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help. E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a sasso e paf! Sai, io credevo d’ aver visto tutto alle guerre. Dalle guerre mi ritenevo vaccinata, e in sostanza lo sono. Niente mi sorprende più. Neanche quando mi arrabbio, neanche quando mi sdegno. Però alle guerre io ho sempre visto la gente che muore ammazzata. Non l’ ho mai vista la gente che muore ammazzandosi cioè buttandosi senza paracadute dalle finestre d’ un ottantesimo o novantesimo o centesimo piano. Alle guerre, inoltre, ho sempre visto roba che scoppia. Che esplode a ventaglio. E ho sempre udito un gran fracasso. Quelle due torri, invece, non sono esplose. La prima è implosa, ha inghiottito se stessa. La seconda s’ è fusa, s’ è sciolta. Per il calore s’ è sciolta proprio come un panetto di burro messo sul fuoco. E tutto è avvenuto, o m’ è parso, in un silenzio di tomba. Possibile? C’ era davvero, quel silenzio, o era dentro di me? Devo anche dirti che alle guerre io ho sempre visto un numero limitato di morti. Ogni combattimento, duecento o trecento morti. Al massimo, quattrocento. Come a Dak To, in Vietnam. E quando il combattimento è finito, gli americani si son messi a raccattarli, contarli, non credevo ai miei occhi. Nella strage di Mexico City, quella dove anch’ io mi beccai un bel po’ di pallottole, di morti ne raccolsero almeno ottocento. E quando credendomi morta mi scaraventarono nell’ obitorio, i cadaveri che presto mi ritrovai intorno e addosso mi sembrarono un diluvio. Bè, nelle due torri lavoravano quasi cinquantamila persone. E ben pochi hanno fatto in tempo ad evacuare. Gli ascensori non funzionavano più, ovvio, e per scendere a piedi dagli ultimi piani ci voleva un’ eternità. Fiamme permettendo. Non lo conosceremo mai, il numero dei morti. (Quarantamila, quarantacinquemila…?). Gli americani non lo diranno mai. Per non sottolineare l’ intensità di questa Apocalisse. Per non dar soddisfazione a Usama Bin Laden e incoraggiare altre Apocalissi. E poi le due voragini che hanno assorbito le decine di migliaia di creature son troppo profonde. Al massimo gli operai dissottèrrano pezzettini di membra sparse. Un naso qui, un dito là. Oppure una specie di melma che sembra caffè macinato e invece è materia organica. Il residuo dei corpi che in un lampo si polverizzarono. Ieri il sindaco Giuliani ha mandato altri diecimila sacchi. Ma sono rimasti inutilizzati. *** Che cosa sento per i kamikaze che sono morti con loro? Nessun rispetto. Nessuna pietà. No, neanche pietà. Io che in ogni caso finisco sempre col cedere alla pietà. A me i kamikaze cioè i tipi che si suicidano per ammazzare gli altri sono sempre stati antipatici, incominciando da quelli giapponesi della Seconda Guerra Mondiale. Non li ho mai considerati Pietri Micca che per bloccar l’ arrivo delle truppe nemiche danno fuoco alle polveri e saltano in aria con la cittadella, a Torino. Non li ho mai considerati soldati. E tantomeno li considero martiri o eroi, come berciando e sputando saliva il signor Arafat me li definì nel 1972. (Ossia quando lo intervistai ad Amman, luogo dove i suoi marescialli addestravano anche i terroristi della Baader-Meinhof). Li considero vanesi e basta. Vanesi che invece di cercar la gloria attraverso il cinema o la politica o lo sport la cercano nella morte propria e altrui. Una morte che invece del Premio Oscar o della poltrona ministeriale o dello scudetto gli procurerà (credono) ammirazione. E, nel caso di quelli che pregano Allah, un posto nel Paradiso di cui parla il Corano: il Paradiso dove gli eroi si scopano le Urì. Scommetto che sono vanesi anche fisicamente. Ho sotto gli occhi la fotografia dei due kamikaze di cui parlo nel mio «Insciallah»: il romanzo che incomincia con la distruzione della base americana (oltre quattrocento morti) e della base francese (oltre trecentocinquanta morti) a Beirut. Se l’ erano fatta scattare prima d’ andar a morire, quella fotografia, e prima d’ andar a morire erano stati dal barbiere. Guarda che bel taglio di capelli. Che baffi impomatati, che barbetta leccata, che basette civettuole… Eh! Chissà come friggerebbe il signor Arafat ad ascoltarmi. Sai, tra me e lui non corre buon sangue. Non mi ha mai perdonato né le roventi differenze di opinione che avemmo durante quell’ incontro né il giudizio che su di lui espressi nel mio libro «Intervista con la storia». Quanto a me, non gli ho mai perdonato nulla. Incluso il fatto che un giornalista italiano imprudentemente presentatosi a lui come «mio amico», si sia ritrovato con una rivoltella puntata contro il cuore. Ergo, non ci frequentiamo più. Peccato. Perché se lo incontrassi di nuovo, o meglio se gli concedessi udienza, glielo urlerei sul muso chi sono i martiri e gli eroi. Gli urlerei: illustre Signor Arafat, i martiri sono i passeggeri dei quattro aerei dirottati e trasformati in bombe umane. Tra di loro la bambina di quattro anni che si è disintegrata dentro la seconda torre. Illustre Signor Arafat, i martiri sono gli impiegati che lavoravano nelle due torri e al Pentagono. Illustre Signor Arafat, i martiri sono i pompieri morti per tentar di salvarli. E lo sa chi sono gli eroi? Sono i passeggeri del volo che doveva buttarsi sulla Casa Bianca e che invece si è schiantato in un bosco della Pennsylvania perché loro si son ribellati! Per loro sì che ci vorrebbe il Paradiso, illustre Signor Arafat. Il guaio è che ora fa Lei il capo di Stato ad perpetuum. Fa il monarca. Rende visita al Papa, afferma che il terrorismo non le piace, manda le condoglianze a Bush. E nella sua camaleontica abilità di smentirsi, sarebbe capace di rispondermi che ho ragione. Ma cambiamo discorso. Io sono molto ammalata, si sa, e a parlare con gli Arafat mi viene la febbre. *** Preferisco parlare dell’ invulnerabilità che tanti, in Europa, attribuivano all’ America. Invulnerabilità? Ma come invulnerabilità?!? Più una società è democratica e aperta, più è esposta al terrorismo. Più un paese è libero, non governato da un regime poliziesco, più subisce o rischia i dirottamenti o i massacri che sono avvenuti per tanti anni in Italia in Germania e in altre regioni d’ Europa. E che ora avvengono, ingigantiti, in America. Non per nulla i paesi non democratici, governati da un regime poliziesco, hanno sempre ospitato e finanziato e aiutano i terroristi. L’ Unione Sovietica, i paesi satelliti dell’ Unione Sovietica e la Cina Popolare, ad esempio. La Libia di Gheddafi, l’ Iraq, l’ Iran, la Siria, il Libano arafattiano, lo stesso Egitto, la stessa Arabia Saudita di cui Usama Bin Laden è suddito, lo stesso Pakistan, ovviamente l’ Afghanistan, e tutte le regioni musulmane dell’ Africa. Negli aeroporti e sugli aerei di quei paesi io mi sono sempre sentita sicura. Serena come un neonato che dorme. L’ unica cosa che temevo era essere arrestata perché scrivevo male dei terroristi. Negli aeroporti e sugli aerei europei, invece, mi sono sempre sentita nervosetta. Negli aeroporti e sugli aerei americani, addirittura nervosa. E a New York, due volte nervosa. (A Washington, no. Devo ammetterlo. L’ aereo sul Pentagono non me lo aspettavo davvero). A mio giudizio, insomma, non è mai stato un problema di «se»: è sempre stato un problema di «quando». Perché credi che martedì mattina il mio subconscio abbia avvertito quella inquietudine, quella sensazione di pericolo? Perché credi che contrariamente alle mie abitudini abbia acceso il televisore? Perché credi che fra le tre domande che mi ponevo mentre la prima torre bruciava e l’ audio non funzionava, ci fosse quella sull’ attentato? E perché credi che appena apparso il secondo aereo abbia capito? Poiché l’ America è il Paese più forte del mondo, il più ricco, il più potente, il più moderno, ci sono cascati quasi tutti in quel tranello. Gli americani stessi, a volte. Ma la vulnerabilità dell’ America nasce proprio dalla sua forza, dalla sua ricchezza, dalla sua potenza, dalla sua modernità. La solita storia del cane che si mangia la coda. Nasce anche dalla sua essenza multi-etnica, dalla sua liberalità, dal suo rispetto per i cittadini e per gli ospiti. Esempio: circa ventiquattro milioni di americani sono arabi-musulmani. E quando un Mustafà o un Muhammed viene diciamo dall’ Afghanistan per visitare lo zio, nessuno gli proibisce di frequentare una scuola di pilotaggio per imparare a guidare un 757. Nessuno gli proibisce d’ iscriversi a un’ Università (cosa che spero cambi) per studiare chimica e biologia: le due scienze necessarie a scatenare una guerra batteriologica. Nessuno. Neppure se il governo teme che quel figlio di Allah dirotti il 757 oppure butti una fiala di batteri nel deposito dell’ acqua e scateni una strage. (Dico «se» perché stavolta il governo non ne sapeva un bel niente e la figuraccia fatta dalla Cia e dall’ Fbi va al di là d’ ogni limite. Se fossi il presidente degli Stati Uniti io li caccerei tutti a pedate nei posteriori per cretineria). E detto ciò torniamo al ragionamento iniziale. Quali sono i simboli della forza, della ricchezza, della potenza, della modernità americane? Non certo il jazz e il rock and roll, il chewing-gum e l’ hamburger, Broadway ed Hollywood. Sono i suoi grattacieli. Il suo Pentagono. La sua scienza. La sua tecnologia. Quei grattacieli impressionanti, così alti, così belli che ad alzar gli occhi quasi dimentichi le piramidi e i divini palazzi del nostro passato. Quegli aerei giganteschi, esagerati, che ormai usano come un tempo usavano i velieri e i camion perché tutto qui si muove con gli aerei. Tutto. La posta, il pesce fresco, noi stessi (E non dimenticare che la guerra aerea l’ hanno inventata loro. O almeno sviluppata fino all’ isteria). Quel Pentagono terrificante, quella fortezza che fa paura solo a guardarla. Quella scienza onnipresente, onnipossente. Quella tecnologia raggelante che in pochissimi anni ha stravolto la nostra esistenza quotidiana, la nostra millenaria maniera di comunicare, mangiare, vivere. E dove li ha colpiti, il reverendo Usama Bin Laden? Sui grattacieli, sul Pentagono. Come? Con gli aerei, con la scienza, con la tecnologia. By the way: sai cosa mi impressiona di più in questo tristo ultramiliardario, questo mancato play-boy che anziché corteggiare le principesse bionde e folleggiare nei night-club (come faceva a Beirut quando aveva vent’ anni) si diverte ad ammazzar la gente in nome di Maometto e di Allah? Il fatto che il suo sterminato patrimonio derivi anche dai guadagni d’ una Corporation specializzata nel demolire, e che egli stesso sia un esperto demolitore. La demolizione è una specialità americana. *** Quando ci siamo incontrati t’ ho visto quasi stupefatto dall’ eroica efficienza e dall’ ammirevole unità con cui gli americani hanno affrontato quest’ Apocalisse. Eh, sì. Nonostante i difetti che le vengono continuamente rinfacciati, che io stessa le rinfaccio, (ma quelli dell’ Europa e in particolare dell’ Italia sono ancora più gravi), l’ America è un paese che ha grosse cose da insegnarci. E a proposito dell’ eroica efficienza lasciami cantare un peana per il sindaco di New York. Quel Rudolph Giuliani che noi italiani dovremmo ringraziare in ginocchio. Perché ha un cognome italiano, è un oriundo italiano, e ci fa fare bella figura dinanzi al mondo intero. E’ un grande anzi grandissimo sindaco, Rudolph Giuliani. Te lo dice una che non è mai contenta di nulla e di nessuno incominciando da se stessa. E’ un sindaco degno d’ un altro grandissimo sindaco col cognome italiano, Fiorello La Guardia, e tanti dei nostri sindaci dovrebbero andare a scuola da lui. Presentarsi a capo chino, anzi con la cenere sul capo, e chiedergli: «Sor Giuliani, per cortesia ci dice come si fa?». Lui non delega i suoi doveri al prossimo, no. Non perde tempo nelle bischerate e nelle avidità. Non si divide tra l’ incarico di sindaco e quello di ministro o deputato. (C’ è nessuno che mi ascolta nelle tre città di Stendhal, insomma a Napoli e a Firenze e a Roma?). Essendo corso subito, e subito entrato nel secondo grattacielo, ha rischiato di trasformarsi in cenere con gli altri. S’ è salvato per un pelo e per caso. E nel giro di quattro giorni ha rimesso in piedi la città. Una città che ha nove milioni e mezzo di abitanti, bada bene, e quasi due nella sola Manhattan. Come abbia fatto, non lo so. E’ malato come me, pover’ uomo. Il cancro che torna e ritorna ha beccato anche lui. E, come me, fa finta d’ essere sano: lavora lo stesso. Ma io lavoro a tavolino, perbacco, stando seduta! Lui, invece… Sembrava un generale che partecipa di persona alla battaglia. Un soldato che si lancia all’ attacco con la baionetta. «Forza, gente, forzaaa! Tiriamoci su le maniche, sveltiii!» Ma poteva farlo perché quella gente era, è, come lui. Gente senza boria e senza pigrizia, avrebbe detto mio padre, e con le palle. Quanto all’ ammirevole capacità di unirsi, alla compattezza quasi marziale con cui gli americani rispondono alle disgrazie e al nemico, bè: devo ammettere che lì per lì ha stupito anche me. Sapevo, sì, che era esplosa al tempo di Pearl Harbor, cioè quando il popolo s’ era stretto intorno a Roosevelt e Roosevelt era entrato in guerra contro la Germania di Hitler e l’ Italia di Mussolini e il Giappone di Hirohito. L’ avevo annusata, sì, dopo l’ assassinio di Kennedy. Ma a questo era seguita la guerra in Vietnam, la lacerante divisione causata dalla guerra in Vietnam, e in un certo senso ciò mi aveva ricordato la loro Guerra Civile d’ un secolo e mezzo fa. Così, quando ho visto bianchi e neri piangere abbracciati, dico abbracciati, quando ho visto democratici e repubblicani cantare abbracciati «God save America, Dio salvi l’ America», quando gli ho visto cancellare tutte le divergenze, sono rimasta di stucco. Lo stesso, quando ho udito Bill Clinton (persona verso la quale non ho mai nutrito tenerezze) dichiarare «Stringiamoci intorno a Bush, abbiate fiducia nel nostro presidente». Lo stesso, quando le medesime parole sono state ripetute con forza da sua moglie Hillary ora senatore per lo Stato di New York. Lo stesso, quando sono state reiterate da Lieberman, l’ ex candidato democratico alla vice-presidenza. (Soltanto lo sconfitto Al Gore è rimasto squallidamente zitto). E lo stesso quando il Congresso ha votato all’ unanimità d’ accettare la guerra, punire i responsabili. Ah, se l’ Italia imparasse questa lezione! È un Paese così diviso, l’ Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’ interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo, perdio! Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Alla propria carrieruccia, alla propria gloriuccia, alla propria popolarità di periferia. Pei propri interessi personali si fanno i dispetti, si tradiscono, si accusano, si sputtanano… Io sono assolutamente convinta che, se Usama Bin Laden facesse saltare in aria la Torre di Giotto o la Torre di Pisa, l’ opposizione darebbe la colpa al governo. E il governo darebbe la colpa all’ opposizione. I capoccia del governo e i capoccia dell’ opposizione, ai propri compagni e ai propri camerati. E detto ciò lasciami spiegare da che cosa nasce la capacità di unirsi che caratterizza gli americani. Nasce dal loro patriottismo. Io non so se in Italia avete visto e capito quel che è successo a New York quando Bush è andato a ringraziar gli operai (e le operaie) che scavando nelle macerie delle due torri cercano di salvare qualche superstite ma non tiran fuori che qualche naso o qualche dito. Senza cedere, tuttavia. Senza rassegnarsi, sicché se gli domandi come fanno ti rispondono: «I can allow myself to be exhausted not to be defeated. Posso permettermi d’ essere esausto, non d’ essere sconfitto». Tutti. Giovani, giovanissimi, vecchi, di mezz’ età. Bianchi, neri, gialli, marroni, viola… L’ avete visti o no? Mentre Bush li ringraziava non facevano che sventolare le bandierine americane, alzare il pugno chiuso, ruggire: «Iuessè! Iuessè! Iuessè! Usa! Usa! Usa!». In un paese totalitario avrei pensato: «Ma guarda come l’ ha organizzata bene il Potere!». In America, no. In America queste cose non le organizzi. Non le gestisci, non le comandi. Specialmente in una metropoli disincantata come New York, e con operai come gli operai di New York. Sono tipacci, gli operai di New York. Più liberi del vento. Quelli non obbediscono neanche ai loro sindacati. Ma se gli tocchi la bandiera, se gli tocchi la Patria… In inglese la parola Patria non c’ è. Per dire Patria bisogna accoppiare due parole. Father Land, Terra dei Padri. Mother Land, Terra Madre. Native Land,

Fallaci Oriana, De Bortoli Ferruccio

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(29 settembre 2001) – Corriere della Sera

La Storia siamo noi

Oriana Fallaci. Oltre la rabbia e l’orgoglio

Il video con i commenti di Ferruccio De Bortoli e Furio Colombo

LIFE: Portrait of journalist Oriana Fallaci. Date taken: September 1979 Photographer: Ted Thai

Il declino secondo Oriana

Tunku Varadarajan, direttore delle “editorial features” del Wall Street Journal ha intervistato la scrittrice Oriana Fallaci. L’articolo che segue – dal titolo “Profeta del declino” – è stato pubblicato il 25 giugno 2005

New York. Oriana Fallaci rischia la galera. A settantacinque anni, colpita da un cancro che, al momento, le permette di alimentarsi soltanto con liquidi (sì, abbiamo bevuto champagne nel corso della nostra intervista, durata tre ore), una delle giornaliste più famose del mondo è stata denunciata da un giudice italiano sulla base dell’articolo del codice penale che punisce il “vilipendio” di “qualsiasi religione ammessa dallo Stato”.
Nel suo caso la religione considerata oggetto di vilipendio è l’islam; il vilipendio è stato commesso, a quanto pare, in un libro pubblicato l’anno scorso, intitolato “La forza della ragione”, che ha venduto oltre un milione di copie in tutta Europa. La tesi fondamentale del libro era che il Vecchio Continente stava per diventare un dominio dell’islam, e che i popoli dell’occidente si erano vilmente arresi ai “figli di Allah”. Insomma, per le sue convinzioni Oriana Fallaci rischia due anni di carcere, motivo per cui ha scelto di non muoversi da New York. Lasciateci ringraziare il Primo emendamento.

È davvero un peccato che in inglese, per definire il reato stabilito dal codice italiano, si usi il termine “vilification” e non la parola che deriva dal latino “vilipend”, perché questa parola esprime perfettamente la pomposità e l’anacronistica stramberia di questa legge italiana. “Vilification”, invece, sa di qualcosa di squallido, da giornale scandalistico, per nulla all’altezza di una “grande dame”.

“Quando l’ho saputo – racconta la signora Fallaci a proposito della sua recente incriminazione – mi sono messa a ridere. Amaramente, certo, ma ho riso. Nessun divertimento, nessuna sorpresa, perché il processo è soltanto la dimostrazione che tutto quello che ho scritto è vero”. Un giudice attivista di Bergamo si è assunto l’impegno di accogliere una denuncia contro Oriana Fallaci che nemmeno i pubblici ministeri locali vorrebbero anche soltanto toccare. L’autore della denuncia è un certo Adel Smith (il quale, malgrado il suo nome, è musulmano ed è un notorio provocatore pubblico), che ha già una lunga storia di sparate antiFallaci e che, a quanto sembra, è responsabile della pubblicazione di un pamphlet (“L’Islam punisce Oriana Fallaci”) che esorta i musulmani a “eliminarla”. (Ironicamente, anche il signor Smith è stato denunciato per vilipendio della religione – in questo caso quella cattolica – dopo che, in televisione, aveva descritto la Chiesa cattolica come un’“organizzazione criminale”. Due anni fa era finito sulle prime pagine dei giornali italiani per avere richiesto la rimozione dei crocefissi dalle aule scolastiche e anche, a quanto si dice, per avere gettato fuori dalla finestra il crocefisso che si trovava nella stanza dell’ospedale in cui era ricoverata sua madre).

Oriana Fallaci parla con tono appassionato, quasi ringhiando: “L’Europa non è più l’Europa; è diventata l’“Eurabia”, una colonia dell’islam, nella quale l’invasione islamica non procede soltanto in senso fisico ma penetra anche nelle menti e nella cultura. Il servilismo nei confronti degli invasori ha avvelenato la democrazia, con ovvie conseguenze per la libertà di pensiero e per lo stesso concetto di libertà”. Parole come “invasori”, “invasione”, “colonia”, “Eurabia” sono profondamente “politically incorrect”, e viene da pensare che sia stato proprio il tono da lei usato, le parole utilizzate, e non la sostanza del suo messaggio, ciò che ha suscitato l’ira del giudice di Bergamo (e che l’ha reso così radioattiva agli occhi delle élite culturali europee).

In lei qualcosa ricorda Oswald Spengler
Lo storico Arnold Toynbee ha scritto che “le civiltà si suicidano, non vengono assassinate”: queste parole potrebbero benissimo essere uscite anche dalla bocca della Fallaci. La quale è molto pessimista sul futuro dell’Europa: “La crescente presenza di musulmani in Italia e in Europa è direttamente proporzionale alla nostra perdita di libertà”. C’è in lei qualcosa che ricorda Oswald Spengler, il filosofo tedesco profeta del declino, al quale si aggiunge lo scontro di civiltà teorizzato da Samuel Huntington.

Ma soprattutto c’è pessimismo, allo stato puro. Quando le ho chiesto quale “soluzione” ci potrebbe essere per impedire questo crollo dell’Europa, la signora Fallaci si è accesa come una miccia: “Come osi chiedermi una soluzione? E’ come chiedere una soluzione a Seneca. Tu lo sai che cosa ha fatto Seneca?”. Poi, imitando il gesto di chi si taglia le vene, ha detto: “Puah! Si è suicidato!”. Seneca era stato accusato di essere coinvolto in un complotto per uccidere l’imperatore Nerone. Senza essere stato processato, Nerone stesso gli ordinò di suicidarsi. Si ha l’impressione che la signora Fallaci veda nell’islam l’ombra di Nerone. “Che cosa poteva fare Seneca?”, domanda, con un visibile sussulto. “Sapeva che sarebbe finita in quel modo: con la caduta dell’Impero romano. Ma non poteva fare niente”.

La prossima, ormai imminente, caduta dell’occidente è ciò che ora tormenta la signora Fallaci. E altrettanto la tormenta la sconsideratezza dell’occidente, che sta marciando allegramente verso il baratro che lui stesso si è scelto. “Guardate l’odierno sistema scolastico dell’occidente. Gli studenti non conoscono la storia! Per Dio, non ne sanno nulla. Non sanno nemmeno chi era Churchill! In Italia, non sanno chi era Cavour!”.
La signora Fallaci, persona mai larga di elogi, a questo punto si ferma e riflette su quest’uomo politico italiano e sulla sorte di tutti i conservatori europei: “All’inizio ero sconcertata e mi domandavo come mai non avevamo un uomo come Cavour… anche uno solo. Cavour era un rivoluzionario… e non era di sinistra. L’Italia ha bisogno di un nuovo Cavour, l’Europa stessa ne ha bisogno”. La signora Fallaci si considera anche lei una “rivoluzionaria”, “perché faccio ciò che i conservatori in Europa non fanno, vale a dire, non accetto di essere trattata come un delinquente”. Confessa che “talvolta piango perché non ho vent’anni di meno o perché sono malata. Ma fossi più giovane, rinuncerei persino a scrivere pur di entrare in politica”.

Un’altra pausa per accendersi un sottile cigarillo e per bere un sorso di champagne. Con una smorfia di dolore accoglie il liquido freddo e frizzante, poi, fortificata, riprende a parlare con tono veemente e parole che suonano più simili che mai a quelle di Spengler: “Non si può sopravvivere se non si conosce il passato. Noi sappiamo perché le altre civiltà sono scomparse: per eccesso di benessere e ricchezza e per mancanza di moralità e spiritualità… Nel momento stesso in cui rinunci ai tuoi principi e ai tuoi valori… in cui deridi questi principi e questi valori, tu sei morto, la tua cultura è morta e la tua civiltà è morta. Punto e a capo”. La forza con cui ha ripetuta la parola “morto” è stata davvero impressionante. Ho preso in mano la coppa di champagne, come se fosse una stampella.

L’anima gemella e un sorriso amaro
“Mi sento meno sola quando leggo i libri di Ratzinger”. Le avevo chiesto se c’era qualche autore contemporaneo che ammirasse in modo particolare, e Papa Benedetto XVI era senza dubbio un uomo in cui riponeva una certa fiducia. “Io sono atea, e se un’atea e un Papa pensano la stessa cosa ci deve essere qualcosa di vero. È semplicissimo! Qui ci deve essere qualche verità umana che va al di là della religione”.
La signora Fallaci, che è diventata famosa intervistando numerosi statisti (e non pochi tiranni), ritiene che la nostra sia “un’era senza leader. Abbiamo smesso di avere autentici leader alla fine del Ventesimo secolo”. Su George W. Bush, per esempio, è disposta a concedere soltanto che ha “vigore”, che è “ostinato” (nel suo libro questo è considerato un complimento) e che ha “fegato… Nessuno lo ha obbligato a fare qualcosa per Terri Schiavo o a prendere posizione sulle cellule staminali. Ma lui l’ha fatto lo stesso”.

Ma la sua vera anima gemella è Ratzinger (come continua a chiamare il nuovo Papa). Wojtyla (Giovanni Paolo II) era un “guerriero, che ha contribuito addirittura più dell’America al collasso dell’Unione Sovietica”, ma non gli può perdonare la sua “debolezza nei confronti del mondo islamico. Perché, perché è stato così debole?”.
Le poche speranze che ancora nutre per l’occidente le affida al nuovo Papa. Quando era ancora cardinale, Papa Benedetto XVI scriveva spesso sulla situazione dell’Europa e dell’occidente. L’anno scorso, ha scritto un saggio intitolato “Se l’Europa odia se stessa”, dal quale la signora Fallaci mi ha letto questo brano: “L’occidente dimostra… un odio di se stesso, che appare alquanto strano e può essere considerato soltanto come un fenomeno patologico; l’occidente… non si ama più; nella propria storia ora vede soltanto ciò che è biasimabile e distruttivo, e non è più capace di riconoscere ciò che è grande e puro”.

“Ecco!”, esclama. Un uomo che la pensa come lei. “Ecco!”. Ma non sono sicura se nei suoi occhi vedo il trionfo o il dolore.
Quanto all’accusa di vilipendio contro l’Islam, la signora Fallaci non ha alcuna intenzione di presentarsi al processo a Bergamo, che dovrebbe iniziare nel giugno 2006. “Non so nemmeno se sarò ancora qui il prossimo anno. Il mio cancro è così esteso che ormai sono giunta alla fine della strada. Che peccato. Vorrei vivere non soltanto perché amo la vita ma anche per vedere l’esito del processo. Sono certa che mi giudicheranno colpevole”.

A questo punto si mette a ridere. Con amarezza, ovviamente, ma ride.

Fonte: http://www.internetica.it/Oriana-declino.htm


World Trade Center Attacks (video)

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La rabbia e l’orgoglio

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Il video inedito dell’impatto in Pennsylvania


2 Risposte to “LA RABBIA E L’ ORGOGLIO, dal Corriere del 29 settembre 2001”

  1. Marco 13 settembre 2010 a 09:44 #

    No, la Fallaci no. E no ai fanatici in genere.

Trackbacks/Pingbacks

  1. ASCOLTA LE TELEFONATE INEDITE DALLE TORRI GEMELLE (Sky Tg24) « The Spilimbergo POST - 8 settembre 2011

    […] La rabbia e l’orgoglio […]

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